Riconoscere il divino in noi per vivere bene

4/4/2018

Non si può essere felici se non si è anche profondamente spirituali.

Ciò non vuol dire che bisogna essere religiosi, e nemmeno che si debba credere in un Dio. Potremmo anche essere atei ma avere in noi un innato senso di devozione e gratitudine per la vita che ci dà la capacità di godere di ogni istante. Questa è la spiritualità: la percezione della sacralità insita in ogni cosa.

Quando questa percezione è attiva, nessun attimo è scontato e una gioia sottile vive in sottofondo dentro di noi, qualsiasi cosa accada. Infatti non dipende dall'esterno, è una prospettiva, uno stato, che si può imparare a raggiungere perché è naturale e nasce con noi.

 

In uno dei primi video di presentazione, il Maestro David Simurgh dice che l'antica scuola spirituale Eish Shaok è “l'arte del vivere bene”.

In realtà tutta la spiritualità mira a questo: nel ricercare il contatto con la divinità insegna a immergersi nella pace facendo tacere ogni interferenza.

Le religioni, quanto meno la religione cristiana, non mira al benessere in questa vita ma piuttosto al ben morire, al mortificarsi in nome di una vita più felice altrove, in Paradiso, per il quale si diventa degni solo se ci si è umiliati abbastanza. Le religioni pongono l'individuo di fronte a un Dio immenso e onnipotente verso cui ci si sente infinitamente piccoli e lontani.

La spiritualità, ad ogni latitudine, dice invece che ogni cosa è espressione della divinità, e farne esperienza, comprendere questo, ci porta oltre il giudizio-bene male e ci sottrae al pendolo piacere-dolore.

 

Secondo la prospettiva spirituale, la nostra stessa esperienza terrena in tutte le sue manifestazioni è divina e possiamo muoverci in essa per goderne al meglio. Possiamo allora sperimentare la felicità semplice che viene dalla spontanea gratitudine per la vita.

Se questa gratitudine non c'è, non la si può indurre artificialmente.

Occorre scoprire cosa sta frenando il nostro naturale flusso di gioia, quali traumi agiscono come tronchi messi di traverso al nostro scorrere, creando di fatto una diga alla nostra libertà.

La spiritualità ci insegna che qualsiasi esperienza stiamo vivendo, siamo noi che l'abbiamo scelta come spiriti perché ci insegni qualcosa, anche se non ce ne ricordiamo, e possiamo sempre scegliere come sentirci di fronte a essa. Possiamo rimanere vittime e dolerci tutta la vita di uno schiaffo durato un secondo, oppure passare oltre, lasciare andare: il senso di colpa, la vergogna, la rabbia.

Per lasciare andare dobbiamo però prima attraversare un processo: riconoscere queste emozioni dentro di noi, imparare a non reprimerle, accoglierle, esprimerle e infine sublimarle.

 

Nella nostra società occidentale abbiamo imparato a rivolgerci alla psicologia per gestire i nostri conflitti interiori. Ma senza un approccio che sia anche spirituale, la psicologia non può far altro che aiutarci a convivere al meglio possibile con il nostro dolore, ad adattarci ad esso per tornare a una "normalità" fatta di alti e bassi, di piacere e dolore. E' come il compagno più saggio di un prigioniero: può aiutarlo a calmarsi ma non può liberarlo, perché vede il mondo secondo la sua stessa prospettiva. Per questo i più grandi psicologi sono stati anche profondamente spirituali: i loro principi rivoluzionari, che sono oggi i pilastri della moderna psicologia, non sono giunti da un ragionamento umano e meccanico ma da intuizioni profonde, da brevi fuoriuscite dalla prospettiva umana comune.

E' proprio la ricerca di una prospettiva più ampia, caratteristica della spiritualità, che può mostrarci le sbarre per quello che sono: l'illusione di essere soli e disperati, l'illusione di sentirsi separati da Dio, cioè dall'Amore e dalla Verità, quando la divinità è invece proprio in noi.  

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