Uscire dalla prospettiva di sofferenza

15/3/2018

La sofferenza è prima di tutto identità.
L'identità è una prospettiva attraverso cui guardare il mondo. 
Senza una prospettiva, senza un punto di vista, non riusciamo a farci un'idea del mondo, cosa di cui istintivamente sentiamo la necessità per sopravvivere. Anche gli istinti sono una prospettiva, ci dicono “cosa succede se...” e “cosa fare se...” e fanno di noi ciò che siamo. 
Gli istinti non sono altro che programmi genetici. Il resto della prospettiva continuiamo a costruircelo giorno per giorno fabbricandoci nuovi programmi fatti di esperienze, regole, Storia, cultura, consuetudini, mode, gusti... tutte cose che stanno in una sola parola: memoria. 
Programmi a cui rimaniamo aggrappati, il più delle volte inconsapevolmente ma spesso volontariamente, perché questo forma la nostra identità. 
Che a dispetto del nome cambia eccome, col tempo, perché la nostra esperienza si accumula cambiando la nostra prospettiva. Più larga o più stretta. Di solito, più stretta è la prospettiva, più soffriamo: perché la realtà, in quanto somma del Tutto, non potrà mai aderire a una prospettiva e finirà immancabilmente col deluderci.


Memoria, ecco di cosa è fatta la nostra identità. 
Memoria = passato = non più presente.
Noi esseri umani difendiamo la nostra identità perché sappiamo che senza identità non esistiamo. E, paradossalmente, più la nostra identità è fatta di sofferenza più è forte, più la difendiamo. A volte con vere e proprie battaglie per quelli che rivendichiamo come nostri diritti, a volte schierandoci inconsapevolmente dalla parte di chi sta aumentando la nostra sofferenza: certo, quella del martire è un'identità bella forte!
Ma la vera ragione per cui viviamo non è avere un'identità: questa è solo uno strumento che, come abbiamo visto, semmai ci ancora al dolore e quindi a una prospettiva di sofferenza. La ragione per cui ciascuno di noi vive è la ricerca della felicità. Cosa che continua a sfuggirci!
E se ci identificassimo in qualcuno che vive una vita completamente felice? Neppure questo ci metterebbe al riparo dalla sofferenza perché l'identità - anche se corrispondesse a una prospettiva molto ampia come quella, per esempio, della persona più sapiente del pianeta - bisogna riconoscerlo, sarebbe sempre parziale: sarebbe solo la prospettiva di un essere umano, coi suoi gusti e desideri che la Vita non sempre asseconda.
Insomma, non abbiamo quindi alcuna possibilità di essere sempre felici? Alcune teorie nichilistiche in effetti sostengono questo. 

Eppure alcuni rari campioni della nostra specie, nel corso del tempo, si sono detti e sono stati riconosciuti come esseri veramente e totalmente felici: sono i cosiddetti “illuminati”.
Cosa è successo a questi esseri umani, persone che il mondo intero ha riconosciuto come Maestri? Ebbene, hanno lasciato andare la propria identità. 
Non nel senso che ne hanno rivestito un'altra ma nel senso che si sono “lasciati andare”. Hanno permesso alla propria prospettiva di espandersi, alle proprie memorie di fluire senza farsi definire da queste: si sono sciolti come una goccia nell'oceano. (È per questo che Osho ha scelto di chiamarsi così, dopo l'illuminazione: Osho da ocean)

Dovremmo anche noi lasciare andare la nostra identità per abbandonare la nostra limitata prospettiva fonte di sofferenza? 
Purtroppo non è dato al seme decidere quando è maturo. Ma, ancora, osserviamo: un seme di certo non si costruisce una prospettiva di sofferenza per il fatto di non essere ancora germogliato. Se lo facesse avrebbe un'identità, e allora chissà di quanti tormenti potrebbe raccontarci.

 

 

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